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	<title>Francesco Varanini</title>
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	<description>Il baule personale di Francesco Varanini</description>
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		<title>Etica nel business, nelle professioni, nell&#8217;amministrazione pubblica. Assoetica a Lecce, 22 giungo 2012</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 14:56:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Apco]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione professionale italiana dei consulenti di direzione e di organizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[assoetica]]></category>
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		<description><![CDATA[E&#8217; questo il titolo, ancora provvisorio, del convegno che si terrà a Lecce il 22 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; questo il titolo, ancora provvisorio, del convegno che si terrà a Lecce il 22 giugno 2012, dalle 9 e 30 alle 12 e 30, nella Sala dei Convegni della Camera di Commercio, promosso, con Assoetica, da APCO &#8211; Associazione Professionale Italiana dei Consulenti di Direzione e Organizzazione e UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti. Con il patrocinio di Camera di Commercio di Lecce, Confcommercio, Confesercenti,  Confindustria, Api, Confartigianato, Coldiretti, CIA. Sponsor: Banca Popolare Pugliese.<br />
E&#8217; la prima volta per Assoetica in Puglia.</p>
<p>Relatori che hanno confermato la loro presenza:</p>
<p>Mauro Buscicchio  &#8211; Vice Direttore Generale Banca Popolare Pugliese<br />
Bruno Bonsignore &#8211; Presidente Assoetica<br />
Francesco Varanini &#8211; Direttore di <em>Persone &amp; Conoscenze</em><br />
Marco Beltrami &#8211; Presidente APCO</p>
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		<title>Come cambia la formazione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:33:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autocitazioni]]></category>
		<category><![CDATA[accoppiamenti strutturali]]></category>
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		<category><![CDATA[education]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Università]]></category>

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		<description><![CDATA[Universo sta, alla lettera, per ‘volto in una sola direzione, e quindi ‘tutto intero’. L’Università [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Universo</em> sta, alla lettera, per ‘volto in una sola direzione, e quindi ‘tutto intero’. L’<em>Università</em> è dunque il prototipo di una formazione legata a piani di studio definiti a priori.<br />
Ora, a questo approccio possiamo opporne uno alternativo, un sistema formativo ‘fatto di oggetti loosely joined’, né ‘volto in una sola direzione’, né ‘tutto intero’.<br />
L’educazione, ovvero il modello fondato sulla scuola, sul libro, sui ruoli contrapposti di docente e di discente appare sostituibile da modalità più ‘mobili’, ‘accoppiamenti strutturali’ di volta in volta differenti, formazione individuale e di gruppo.</p>
<p style="text-align: right;">Francesco Varanini</p>
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		<title>Cinema e formazione: lo stato delle cose, 4 giugno 2012 ore 18</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[AIF]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione italiana Formatori]]></category>
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		<category><![CDATA[Pier Sergio Caltabiano e Pino Varchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Di Giorgi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho scritto, circa un anno fa, un capitolo di un libro a cura di Sergio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho scritto, circa un anno fa, un capitolo di <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=19759" target="_blank">un libro a cura di Sergio Di Giorgi e Dario Forti: <em>Formare con il cinema. Questioni di teoria e di metodo</em>, Angeli, 2011</a>. Nel mio testo, più che di cinema parlo in realtà di come la formazione è toccata dall&#8217;Information &amp; Communication Technology e dalla digitalizzazione della conoscenza. <a href="http://www.francescovaranini.it/varanini/2012/05/la-formazione-di-fronte-alla-cultura-digitale-ed-al-world-wide-web/" target="_blank">Qui trovate un estratto</a>. <a href="http://diecichilidiperle.blogspot.it/2011/07/loose-coupling.html" target="_blank">Qui ne trovate un altro</a>.</p>
<p>Lunedì 4 giugno  converserò con Emanuela Mancino, Pier Sergio Caltabiano e Pino Varchetta sui temi del libro.</p>
<p>Di seguito il programma dell&#8217;incontro:</p>
<p>Lunedì 4 giugno 2012<br />
Eupolis Lombardia, Via Pola 12/14 Milano<br />
ore 18.00 – 20.00</p>
<p>CINEMA E FORMAZIONE: LO &#8220;STATO DELLE COSE&#8221;</p>
<p>Dalle prime, pionieristiche esperienze di alcuni formatori &#8220;cinefili&#8221; che già alla fine degli anni &#8217;70, in azienda o nelle business school, utilizzavano il linguaggio cinematografico, la comunità professionale ha registrato una diffusione crescente di metodologie e pratiche che del mezzo<br />
filmico hanno saputo valorizzare le multiformi potenzialità espressive e di stimolo dei processi di apprendimento. Oggi,  saper “formare con il cinema” è parte rilevante del bagaglio professionale dei formatori e, al tempo stesso, motivo di confronto e di aggiornamento continuo, nell’ambito di convegni, workshop, seminari, e di un festival specializzato – il ForFilmFest – che AIF promuove dal<br />
2007,  con la collaborazione della Cineteca di Bologna.</p>
<p>A partire dal volume collettaneo <em>Formare con il cinema</em>. Questioni di teoria e di metodo (pubblicato nella collana AIF di Franco Angeli e a cui ha contribuito gran parte dei formatori italiani protagonisti di questo ambito metodologico), l&#8217;incontro offrirà una panoramica e un&#8217;opportunità di dibattito sulla gamma molto ampia di esperienze, metodologiche e applicative, oggi esistenti. Esperienze che riguardano due principali versanti: da una parte, il cinema come archivio &#8211; dalla creazione di  nuove &#8217;forme&#8217;, come il “blob” cinematografico,  fino all’utilizzo didattico di singole scene o sequenze di un film; dall&#8217;altra, l&#8217;utilizzo  del cinema e di altri linguaggi audiovisivi in una prospettiva narrativa autonoma e originale, che sfrutta le pratiche della rete e le nuove tecnologie per creare nuove storie<br />
e soluzioni crossmediali.</p>
<p>Destinatari: Formatori, consulenti, responsabili d&#8217;azienda, studenti universitari del settore formazione, studenti  e professionisti del cinema e di altri linguaggi audiovisivi.<br />
Ne discutono insieme a Sergio Di Giorgi, formatore e critico cinematografico, e  Dario Forti,<br />
psicosocioanalista e consulente di sviluppo organizzativo, curatori del volume:</p>
<p>Pier Sergio Caltabiano, Past President AIF, Direttore Generale CTC, Formatore e neurolinguista<br />
Emanuela Mancino, Università degli Studi Milano Bicocca<br />
Francesco Varanini, Formatore e consulente<br />
Giuseppe Varchetta, Psicosocioanalista, consulente di formazione e sviluppo organizzativo</p>
<p>Coordinano e moderano l’incontro:<br />
Mauro Tomè  (Presidente Ariele &#8211; Associazione Italiana di Psicosocioanalisi)<br />
Anna Ciuffoletti (membro Direttivo AIF Lombardia)</p>
<p>Per richiedere informazioni e confermare la propria partecipazione invSergio Di Giorgi: srg.digiorgi@gmail.com  o a ariele@psicosocioanalisi.it</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La formazione di fronte alla cultura digitale ed al World Wide Web</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:12:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Formazione e consulenza]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca, docenza universitaria, attività culturali]]></category>
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		<description><![CDATA[Trovate qui un estratto -due paragrafi- del mio testo La formazione digitale e la memoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovate qui un estratto -due paragrafi- del mio testo <em>La formazione digitale e la memoria del cinema</em>, apparso in: <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=19759" target="_blank">Sergio Di Giorgi e Dario Forti (a cura  di) <em>Formare con il cinema. Questioni di teoria e di metodo</em>, Angeli, 2011</a>.</p>
<p><strong>Ogni cosa è digitale </strong><br />
Immaginiamoci oggi nel buio di una sala cinematografica. Il luogo può anche essere la stessa sala dove andavamo da ragazzi. Lo schermo sul quale si proietta l’immagine, magari è lo stesso di un tempo. Eppure tutto è cambiato.<br />
Il testo filmico non è più appoggiato sul tradizionale supporto, la pellicola. Il testo è conservato su un qualsiasi supporto di memoria -un compact disk, un disco rigido, un dischetto, una chiave usb-. Su quella memoria è scritto il codice. Il supporto di memoria può essere qui, nella sala cinematografica, direttamente connessa al proiettore- o può essere in un qualsiasi altro luogo, al quale è connessa la nostra sala.<br />
Il tradizionale processo di produzione del film permette modifiche al testo solo fino al momento in cui è stampata la matrice. La pellicola non è che un copia, una riproduzione immodificabile della versione finale del film, stabilita dal regista e consegnata al distributore. La pellicola non può essere usata se non nel modo previsto a priori. Di qui lo stupore di quel professore di Esmeraldas, che non poteva capacitarsi di come la versione del testo filmico appena proiettata fosse erronea, corrotta. Come poteva essere accaduto, visto che la tecnologia impediva che il testo potesse essere manipolato?<br />
Il codice conservato nel supporto di memoria è invece per sua natura manipolabile. Per quanto autore ed editore tentino di impedire copie ed interventi sul testo, ciò che ognuno ha a disposizione non è solo una versione chiusa del testo. Abbiamo in realtà a disposizione il codice, il meta-testo, la fonte che può generare versioni diverse del testo. Un montaggio diverso, o la sostituzione della colonna sonora sono sempre possibili.<br />
Vale per il testo filmico ciò che vale per il testo di un libro. Il file Word del testo che ora sto scrivendo -il codice del testo che sto scrivendo- non è mai definitivo, potrà sempre essere modificato. L’analogia è del tutto fondata, perché il codice di ogni cosa, di ogni oggetto di conoscenza -sia questo fatto di parole scritte, immagini fisse o in movimento, voci o musica- sono costruiti a partire dalla stessa tecnologia.<br />
Un altro esempio ci porta ancora più vicino alla quotidiana esperienza del formatore.<br />
La musica dal vivo è affidata alla voce del cantante ed ai suoni che emergono dagli strumenti musicali, oltre che al contesto ambientale ed architettonico. Non cambia molto con la semplice amplificazione del suono. Le cose cambiano veramente quando, come accade ormai normalmente anche durante spettacoli dal vivo entra in gioco il computer. Le fonti sonore -tramite computer- sono trasformate in codice. Ed è il codice che poi -tramite il computer- è nuovamente trasformato in onde sonore percepibili dall’orecchio umano. In questa nuova situazione, ogni manipolazione, ogni modifica, ogni correzione è possibile.<br />
Questo interessa al formatore: siamo abituati a considerare l’aula un mondo inviolabile. In quello spazio magico, in quella zona sacra che  è l’aula ci pare che nulla possa accadere senza al di fuori del controllo degli attori presenti. L’aula e la sala cinematografica in questo ci appaiono simbolicamente vicine: è il luogo dove si manifesta l’incantesimo -incantare: ‘recitare la formula magica’-. Il film si snoda nella sua interezza. La parola del docente non può essere manipolata.<br />
In realtà, le cose non stanno più così. Formatori che si pretendono à la page parlano attraverso il microfono, e scelgono di avere in aula un tecnico del suono per meglio confezionare i previsti effetti speciali, fatti di suoni e immagini. Ora, forse questi formatori non pensano che in un simile contesto, in virtù della tecnologia, la loro stessa emissione vocale può essere manipolata. Può essere corretto il difetto nella dizione, ma possono anche essere sostituite le parole.<br />
Anche per questo è importante conoscere la tecnologia. Per usarla, senza esserne usati.<br />
Ho scritto finora codice. Ma ciò che conta è l’aggettivo: si tratta di codice digitale. Vediamo di cosa si tratta.<br />
Negli Anni Trenta e Quaranta del secolo scorso c’erano due modi per inserire informazioni espresse tramite numeri in un sistema tecnologico: una macchina per scrivere, una macchina calcolatrice, la rete telefonica.<br />
Si poteva comporre la sequenza dei numeri usando un apposito disco, come nel caso del telefono. In inglese il disco è dial. Dial è quindi anche il verbo che descrive l’azione. (Deriva dal latino dies, ‘giorno’, nel senso di meridiana e quindi di orologio).<br />
Il dialing è ‘analogico’: si stabilisce una stabile corrispondenza tra un numero e il percorso fatto compiere al disco dal dito inserito nel foro che corrisponde al numero.<br />
In alternativa, si può usare una tastiera. Qui il gesto del dito è discreto: ‘discontinuo’, un singolo tocco, separato da ogni altro, corrisponde all’inserimento di una singola informazione. Per dire di questo, si sarebbe potuto usare finger, ‘toccare con le dita della mano’. Non a caso si usa il verbo anche nel senso di ‘suonare uno strumento musicale usando le dita’. E nel parlare quotidiano anche nel senso di ‘informare’.<br />
Ma serviva una espressione tecnica, specificamente riferita al nascente mondo del computing. Il computer è macchina capace di trattare informazioni, purché queste siano espresse tramite numeri. Serve quindi l’input: i numeri vanno ‘messi dentro’, la macchina va ‘alimentata’. Per parlare di questo, si sceglie di usare digit, traduzione del latino digitus, ‘dito della mano o del piede’ (l’inglese distingue tra finger, ‘dito della mano’, e toe, ‘dito del piede’).<br />
C’era in latino una secondaria connessione con l’idea della metrica -digitus è il ‘pollice’, sedicesima parte del ‘piede’, misura di lunghezza-. Ma è solo in inglese che digit prende -per via di quest’idea dell’inserire numeri in una macchina tramite un gesto del dito- il senso di ‘numero, ‘cifra’.<br />
Da digit, digital: ciò che riguarda il digit, e quindi oggi, per estensione, tutte la conoscenze digitized.<br />
Dai gesti delle dita che schiacciano tasti corrispondenti a cifre, siamo passati oggi al codice che tutto descrive: testi, immagini fisse e in movimento, musica e voce. Tutto è già in origine codice digitale: il computer conserva in questa forma sia il testo che sto scrivendo, sia la fotografia che ho appena scattato, sia la mia voce durante una lezione. Ed essendo tutto digitale, tutto può essere manipolato, rielaborato, mischiato.<br />
Senza la codifica digitale, non esiterebbe il Web, non avremmo né gli oggetti di conoscenza né la possibilità di connetterli tra di loro.</p>
<p><strong>Il Web è formazione, la formazione è il Web</strong><br />
Tutto ciò con cui abbiamo a che fare nella nostra vita di formatori, dunque, essendo passati attraverso la codifica digitale, -i programmi, i materiali di supporto, i libri, le immagini fisse e in movimento, la nostra stessa voce-, tutto ci appare sotto forma di oggetto di conoscenza, veicolabile e fruibile via Web. E del resto il nostro piccolo Web -la nostra piccola rete personale-, e la piccola rete dell’organizzazione cui apparteniamo, della comunità di pratiche di cui facciamo parte, non sono che u cui facciamo parte, non sono che una minuscola porzione dell’enorme Rete a cui ogni rete appartiene.<br />
Perciò possiamo dire che la formazione è il Web, e che il Web è la formazione.<br />
Per dire di questo, possiamo proporre un’analogia con quella rete ‘loose coupled’ che chiamiamo letteratura.<br />
Borges, forse più di ogni altro autore del Ventesimo Secolo, ci spinge a osare, e a non dare per scontato lo ‘spazio letterario’. La Biblioteca di Babele distrugge i confini limitati che la nozione stessa di biblioteca porta con se. La costruzione di senso ci appare nel giardino dei sentieri che si biforcano slegata da qualsiasi cammino già percorso. Menard che riscrive il Don Quijote distrugge il ruolo consolidato dell’autore inteso come forgiatore di opera nuova. Funes che non riesce a dimenticare distrugge il ruolo del lettore stupido di fronte ad un libro nuovo.<br />
Lo sguardo di Borges si affaccia dall’esterno sulla letteratura che conosciamo, facendocela apparire come niente più di una delle letterature possibili. I confini tra generi letterari, tra letterature nazionali, tra letteratura alta e letteratura bassa, alla luce del suo sguardo, ci appaiono del tutto convenzionali.<br />
E ancora la letteratura, con Borges, ci appare come ‘costruzione in abisso’: Borges meta-autore scrive di Borges autore; dentro una biblioteca universale sta una biblioteca che contiene un altra biblioteca, e così in un gioco infinito. E dentro un libro sta un libro che rimanda ad ogni altro libro. E dunque la letteratura è un sistema ricorsivo: una macchina per compiere attività ripetitive. E dunque la letteratura è un meta-testo che contiene ogni testo. E dunque la letteratura è un prodotto collettivo, dove la figura del singolo autore appare ricondotta al suo marginalissimo significato. Il singolo autore è autore di niente più che minuscole varianti di un’opera che è costruzione sociale in continuo divenire. Ogni singola opera non è che una rete intimamente connesse a una rete più vasta, opera omnia.<br />
Possiamo dire che Borges, con lo sguardo anticipatore dell’artista, ci parla della conoscenza, così come essa ci si presenta nell’epoca del computing e del World Wide Web.<br />
Le figure dell’autore, del lettore e dell’interprete perdono le reciproche differenze, fino ad apparire come diversi atteggiamenti di una stesso persona.<br />
La letteratura è fruibile come sistema percorribile muovendosi all’interno della singola opera con libertà sconfinata, seguendo una parola, una frase, un percorso di senso. Il testo non è più unidirezionale, condizionato da un inizio ed una fine, è invece liberamente percorribile come rete. Questa novità, possiamo sottolinearlo, è talmente rivoluzionaria da spingerci ad adottare una nuovo termine: ‘ipertesto’. Perché la parola ‘testo’ -che pure sta per ‘tessuto’, e quindi già ci parla di una rete- vede ridotto il suo senso dall’analogia con il libro. Siccome siamo abituati a conoscere di un testo l’unica versione che ci propone il libro stampato, per dire ‘testo come rete di possibilità’, ‘testo leggibile in enne modi’, abbiamo dovuto inventarci un’altra parola: ‘ipertesto’, appunto.<br />
Con il Web, ancora, la letteratura non è più soggetta all’oblio. La produzione letteraria, abbiamo sempre pensato, è soggetta a vincoli dipendenti dal supporto. Un testo può restare inedito, e quindi ignoto. Un libro può essere smarrito, bruciato. Ma ora disponiamo di memoria infinita, non c’è più motivo per selezionare i testi da pubblicare. Anzi, possiamo dire che ogni testo è già pubblicato, almeno sul disco del computer dell’autore. Ogni testo ha quindi una vita futura – ed essendo i computer connessi tra di loro, sarà accessibile a potenziali lettori. E qualsiasi testo mancante, disperso, non comprometterà in ogni caso la consistenza del sistema letterario – così come una catastrofe locale non impedisce ad Internet di continuare a funzionare.<br />
In questa luce ci appare criticabile l’atteggiamento di studiosi di letteratura, così come di formatori, che sia affacciano sullo scenario del Web, e si interessano a ciò che nel Web accade – ma seguitano a considerarlo un mondo a parte, un mondo separato e minore rispetto al nobile mondo della letteratura, o della formazione che abbiamo sempre conosciuto.<br />
Dovremmo imparare a guardare altrimenti alla letteratura, così come alla formazione. Quello che in fondo il Web ci propone, è una nuova epistemologia, un modo di guardare al mondo.<br />
Ci è di aiuto il semiologo Juri Lotman.<br />
“L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questa è la formazione che conosciamo, fatta di singole opere: singoli programmi, singoli progetti, singoli corsi, singoli pacchetti di materiali formativi. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.</p>
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		<title>Risorse Umane &amp; non Umane, 8 maggio 2012 a Bologna, 30 maggio 2012 a Udine</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 02:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In maggio, due tappe del nostro percorso di incontri. Sempre cercando di proporre a chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In maggio, due tappe del nostro percorso di incontri. Sempre cercando di proporre a chi si occupa di Personale e di Organizzazioni stimoli e occasioni di riflessione.<br />
Mentre Bologna è una tappa per noi ormai tradizionale, andremo a Udine per la prima volta.<br />
<a href="http://www.este.it/res/convegno_edizione/zid/90/p/risorse+umane+e+non+umane+2012" target="_blank">Qui trovate le informazioni riguardanti l&#8217;evento di Bologna </a>e qui <a href="http://www.este.it/res/convegno_edizione/zid/92/p/risorse+umane+e+non+umane+2012" target="_blank">quelle riguardanti l&#8217;evento di Udine</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le parole al lavoro: 17 maggio 2012 ore 18, a Milano, presso l&#8217;Auditorium del Palazzo del Lavoro</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 10:28:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; evidente che dobbiamo tornare a dare senso al nostro lavoro. Ma come facciamo a recuperare il senso dicendo inglese <em>sensemaking</em>? E così dobbiamo cercare una maggiore consapevolezza &#8211; ma non ci aiuta certo a farlo dire in inglese <em>mindfulness</em>.<br />
Di recente ho sentito ricorrere di frequente questa domanda: ‘come si fa ad avere persone <em>engaged</em>?’. Ma pensateci: possibile che non possa esistere una traduzione per l’inglese <em>engaged</em>? Certo, la traduzione porta sempre con sé un dubbio; possiamo chiederci se tradurre con <em>impegnato</em>, o <em>motivato</em>; o forse a voi ora viene in mente una parola diversa. Ma proprio qui sta il bello. Schiacciarci sul modo altrui di vedere le cose, e di dare loro nome, dove crediamo di andare?<br />
L’ultima che vi racconto mi pare la più assurda e per questo la più esemplare. Qualcuno che organizza convegni articolati in tavole rotonde si è convinto, a quanto pare, che possano aumentare i partecipanti se le si chiamano <em>Round Table</em>. <em>Round Table Social HR</em>: ma a chi crediamo di darla ad intendere?<br />
Gli esempi sono così numerosi che si arriva a non farci più caso. Eppure dovremmo ricordare una cosa elementare: per un inglese o per un americano, parlare in inglese è esprimersi nella propria lingua materna, per noi no.<br />
Troppo spesso, vittime della fretta e della consuetudine, &#8216;parliamo a vuoto&#8217;. Dovremmo tornare al &#8216;linguaggio ordinario&#8217;, al &#8216;parlare comune&#8217;. Parlare non per nascondere, o per seguire una comoda onda, ma per fare cose.<br />
Per questo ho scritto <em><a href="http://www.francescovaranini.it/varanini/2011/12/nuove-parole-del-manager/" target="_blank">Nuove parole del manager</a></em>. Ripercorrendo la storia di parole usurate dall&#8217;abitudine, parole che usiamo senza più riflettere, possiamo tornare a riflettere sul nostro modo di agire, sul perché, e sul come lavoriamo.<br />
Di questo si ragionerà nell&#8217;<a href="http://gigroupacademy.it/2012/05/nuove-parole-del-manager-113-voci-per-capire-l%E2%80%99azienda/" target="_blank">incontro <em>Le parole al lavoro</em>, il 17 maggio 2012, alle 18, presso l&#8217;Auditorium del Palazzo del Lavoro, Piazza IV Novembre, 5, Milano (a lato della Stazione Centrale)</a>.<br />
Discorreranno con me su questi temi Stefano Antonelli, International General Manager di OD&amp;M, Gi Group; Gianluca Bocchi, storico delle idee; Walter Passerini giornalista de La Stampa; Massimiliano Moi , Amministratore Delegato di Unicredit Leasing.</p>
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		<title>Dieci chili di perle. Le ragioni di un blog</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 08:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 marzo 2008, verso le tre, mi sono svegliato improvvisamente. Non riuscivo a prendere di nuovo sonno, non avevo voglia di leggere. Sulla mensola accanto al letto libri, qualche pezzo di carta, la boccettina di gocce che prendo talvolta per dormire. Mi cade l’occhio sul piccolo registratore digitale, Olympus (Digital Voice Recorder WS-321 M).<br />
In quei giorni avevo intenzione di verificare come lavora sui file vocali WMA –uno standard Microsoft– prodotti dal registratore il software di ricognizione vocale Dragon NaturallySpeaking 9.5.<br />
Questa –narrare oralmente e sottoporre la voce al lavoro di un software– è una modalità nuova, di cui poco sappiamo. Interessante guardare alle sue caratteristiche distintive.<br />
Il testo che appare sullo schermo, frutto del lavoro del software, ci appare interpretato da un lettore lontano, dotato direi di una sua saggezza: come letto da un oracolo. <em>Os</em> è antichissima parola indeouropea che sta per &#8216;bocca&#8217;, parola che ritroviamo in latino. L&#8217;oracolo è la voce del dio che disambigua il testo oscuro, il grezzo materiale che è la voce digitalizzata, trasformata in codice. L&#8217;oracolo Dragon interpreta il testo a suo modo, la sua lettura è un responso che talvolta sorprende. Soprattutto il dio si acciglia se vario il codice: il software mi rimprovera per il mio indulgere a espressioni inglesi, tecniche, non sa che le uso per antica consuetudine, non sa che considero quelle parole pienamente appartenenti al mio lessico privato, e mi punisce: parlo di come il gatekeeper si interponga tra autore e lettore e Dragon l&#8217;oracolo severamente e misteriosamente legge: venti chili di perle. (&#8221; invece la conoscenza così come viene codificata nel libro così come è controllata da 20 chili di perle &#8230;&#8221;).<br />
Ecco il nome del <a href="http://diecichilidiperle.blogspot.it/" target="_blank">blog</a>: i buoni titoli, quasi sempre, vengono da sé, quando la materia inizia a prendere -attraverso la scrittura- la sua propria forma, fuori da ogni controllo, controllo razionale dell&#8217;autore.</p>
<p>Ma qui -nel contesto della &#8216;cultura digitale&#8217;- il senso della scrittura in luce nuova. La scrittura su carta, il tracciare segni su un supporto, non è che una delle possibili manifestazioni della &#8216;scrittura&#8217;.<br />
E&#8217; così che <a href="http://diecichilidiperle.blogspot.it/" target="_blank">questo blog</a> narra di un lavoro che sto facendo, mostrandone alcune tracce. Di un fiume carsico -come è ogni &#8216;testo che si sta scrivendo- mostra alcune emersioni.<br />
Sto scrivendo un testo che si propone di gettare qualche cono di luce su un tema che mi è sempre stato a cuore: come si creano e si condividono conoscenze. Di questo testo, trovate qui qualche traccia, qualche frammento.<br />
Sto scrivendo un &#8216;testo&#8217;, non un &#8216;libro&#8217;.<br />
Probabilmente il testo sarà pubblicato anche sotto forma di libro. Ma gli strumenti che uso per scrivere e i temi intorno a cui ragiono mi spingono a considerare la forma-libro niente più che una delle forme che il testo può assumere, o subire.</p>
<p>Potrei dire che sto scrivendo a proposito del <em>computing</em> come espansione della mente umana.<br />
Potrei dire che sto scrivendo a proposito dell&#8217;informatica come prosecuzione della filosofia con altri mezzi.<br />
Troppo spesso i filosofi contemporanei ragionano avendo in testo metafore antiche: tavoletta di cera, rotolo, libro. Niente di male, ma altre metafore dovrebbero aggiungersi: il Data Base, il Web, il Personal Computer.<br />
D&#8217;altra parte, se i temi grosso modo sono questi -i temi si spostano e si chiariscono via via mentre si scrive- appare inadeguato parlare di <em>computer</em>: l&#8217;utensile, il sistema che aiuta l&#8217;uomo a creare conoscenza è qualcosa di diverso, e di più rispetto ad una &#8220;macchina per manipolare simboli&#8221;.<br />
E appare inadeguato anche parlare di <em>informazione</em>: non serve guardare al processo di trasmissione, comunicazione, diffusione. Serve, invece, guardare a come interagisce la mente umana con la macchina.<br />
E anzi, guardare a ciò che accade lungo il canale è fuorviante. Imporre l&#8217;attenzione a proposito di cosa accade sul canale serve solo a coloro che intendono imporre una qualche forma di controllo, dunque in ultima analisi limitare la produzione di conoscenza.</p>
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		<title>Da dove nasce la conoscenza</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 08:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da dove nasce la conoscenza? Nasce da questa lieta disponibilità a utilizzare appieno le proprie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da dove nasce la conoscenza? Nasce da questa lieta disponibilità a utilizzare appieno le proprie capacità. La vera Ricerca &amp; Sviluppo è serendipità.</p>
<p style="text-align: right;">Francesco Varanini</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;etica dell&#8217;organizzazione. Lunedì Culturale Aif il 7 maggio 2012</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 13:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;etica dell&#8217;organizzazione, o l&#8217;etica come organizzazione, mi pare un tema particolarmente attuale. L&#8217;etica esiste solo se il manifesta in pratiche, in processi.<br />
Si tratta quindi di vedere come le buone idee e le buone intenzioni viene concretamente &#8216;implementata&#8217; da parte di chi ha responsabilità di management, e da chi si occupa specificamente di Sviluppo delle Persone e di Sviluppo Organizzativo.<br />
D&#8217;altro canto si può sostenere che &#8216;l&#8217;etica non si impone, ma si propaga&#8217;. E quindi l&#8217;etica che c&#8217;è è l&#8217;etica che emerge dai comportamenti etici delle persone al lavoro, quale che sia il ruolo che ricoprono.<br />
Su questo tema, con <a href="http://www.assoetica.it/" target="_blank">Assoetica</a>, organizzo a Roma <a href="http://www.francescovaranini.it/varanini/wp-admin/post.php?post=1462&amp;action=edit&amp;message=1" target="_blank">un convegno il 10 maggio 2012</a>. Pochi giorni prima questo incontro a Milano, nell&#8217;ambito dei &#8216;Lunedì culturali&#8217; dell&#8217;Associazione Italiana Formatori, AIF, un tradizionale appuntamento dell&#8217;Aif rivolto anche ai non soci.<br />
Qui sotto la locandina. Il programma, con le indicazioni precise di orario e luogo, <a href="http://www.aifonline.it/showPage.php?template=articoli&amp;id=922" target="_blank">lo trovare pubblicate sul sito dell&#8217;AIF, qui</a>.</p>
<p><a href="http://www.francescovaranini.it/varanini/wp-content/uploads/2012/04/Lunedì-Culturale-AIF-Varanini-Etica-dellorganizzazione-7-mag-12.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1479" title="Lunedì Culturale AIF Varanini Etica dell'organizzazione 7 mag 12" src="http://www.francescovaranini.it/varanini/wp-content/uploads/2012/04/Lunedì-Culturale-AIF-Varanini-Etica-dellorganizzazione-7-mag-12-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a></p>
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		<title>La poesia delle tenebre</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 21:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Varanini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Autocitazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Un'altra vita]]></category>
		<category><![CDATA[Varia Ispanoamericana]]></category>
		<category><![CDATA[Jaime Saenz]]></category>
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		<description><![CDATA[Sfida estrema: come fare poesia restando nell’oscurità. Con la materia oscura. Lì da dove i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Sfida estrema: come fare poesia restando nell’oscurità. Con la materia oscura. Lì da dove i poeti escono – e sta in questo la loro poesia, cogliere il primo bagliore della luce, Saenz sceglie di restare.<br />
Chiusa nell’antro buio, la sua poesia è invisibile. Una voce aspra che rimbomba in una caverna.</p>
<p style="text-align: right;">Francesco Varanini</p>
]]></content:encoded>
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