Marchionne non è il migliore dei manager possibili. Guerini Next, ottobre 2022


E’ prevista per metà ottobre 2022, presso Guerini Next, l’uscita del mio libro Marchionne non è il migliore dei manager possibili.

 

Ma intanto il libro può essere prenotato in libreria, o quiqui.

Una prima approssimazione ai contenuti del libro sta nelle pagine iniziali del libro, che riporto di seguito.

“Abbiamo fatto una marchionnata”. L’ho sentito dire in più a occasioni, da parte di manager di vertice, in particolare Chief Executive Officer e Chief Financial Officer. Operazioni finanziarie, scorpori, fusioni. Maquillage dei dati contabili. Piani che nascondono obiettivi non dichiarati. Operazioni che strizzano l’occhio agli investitori. Operazioni che corrispondono agli appetiti della proprietà. Operazioni giocate contro le sorti dell’impresa nel medio e nel lungo periodo. Operazioni

che trascurano lo scopo sociale, e che considerano l’azienda esclusivamente come macchina produttrice di risultati visibili sul mercato della finanza.

La marchionnata è una azione compiuta consapevolmente, un po’ ci se ne vergogna, ma la si fa. Un po’ si è anche orgogliosi della propria furbizia, del meccanismo che si è riusciti a creare.

Marchionne è il campione dei manager che si comportano così. La presenza storica di Marchionne offre ai manager un modello e un alibi. Un alibi, perché ogni marchionnata che potremmo oggi concepire difficilmente supererà le marchionnate messe in opera da Marchionne. Un modello, perché in fondo ognuno di noi, conviene ammetterlo, ammira questa astuzia, questa scaltrezza, forse anche questo cinismo.

Sto parlando di me stesso. Penso che ogni manager, come me, sia trovato a dover fare i conti con ciò che si attendeva il portatore di interessi prevalente. Ogni manager andrà facilmente con il ricordo al momento in cui l’aspettativa gli è stata trasmessa direttamente da un membro della famiglia proprietaria, o da un membro del consiglio di amministrazione, o da un rappresentante dei fondi di investimento, o anche dal rappresentante di un istituto di credito. Quando poi l’aspettativa giunge per via gerarchica, attraverso manager di livello superiore, non cambia molto.

Penso che ogni manager si sia trovato a riflettere su come l’aspettativa cogente del portatore di interesse dominante lo distogliesse da ciò che gli appariva conveniente per l’impresa stessa, oltreché ragionevolmente rispettoso degli altri interessi in gioco: gli interessi dei lavoratori, dei clienti e dei fornitori, della comunità nel cui seno l’impresa opera. In fondo, non sono marchionnate solo le operazioni finanziarie in senso stretto. Sono marchionnate tutti gli accomodamenti che abbiamo passivamente accettato.

Per questo chiamo in causa Marchionne. Perché Marchionne è l’emblema. Il caso esemplare. Il manager di successo da ammirare a prescindere. Il modello in cui specchiarsi. Il campione dietro il quale nascondersi.

Così, nascondendoci dietro Marchionne, giustifichiamo ai nostri stessi occhi le nostre marchionnate. Già il chiamare marchionnate i nostri cedimenti è lavare le nostre azioni, toglierci di dosso la fastidiosa consapevolezza che forse avremmo potuto agire in modo differente: se l’ha fatto lui, campione dei manager, allora si tratta certo di cosa ben fatta. Marchionne ci salva. Marchionne ci giustifica.

Perciò serve dire: Marchionne non è il migliore dei manager possibili. Dirlo è ammonire noi stessi. Appellarsi all’esempio di un manager celebrato, è togliere a noi stessi il gusto di incarnarsi in modo personale, originale, in questa professione, così bella e così importante. Dire non è il migliore è invitare ogni manager a tener sempre presente, e a mettere in campo, il proprio senso di responsabilità.

Marchionne

Forse, come dice qualcuno che l’ha conosciuto e l’ha frequentato da vicino, era solo un emigrato desideroso di riscatto, consapevole di essere stato baciato, ad un certo punto della propria vita, da una inattesa buona sorte. Forse era un uomo timido e insicuro, che per questo, per mitigare la sua solitudine, si mostrava avvolto in una corazza di decisionismo talvolta sprezzante.

Ma con l’andare del tempo ha allontanato i manager che ponevano domande e cercavano spazi di autonomia, ha spinto ad andarsene i manager entusiasti dell’automobile, legati al prodotto ed al servizio. Ha subordinato ogni altro obiettivo al mantenimento del proprio indiscusso comando, all’adattamento agli andamenti del mercato finanziario e agli umori della proprietà.

Non è certo privo di meriti. All’inizio della sua avventura in Fiat ha riportato le ruberie -gli interessi privati, gli abusi- sotto il livello di guardia. Ha imposto una autorità, il rispetto delle regole. Ha portato una ventata di cambiamento.

Eppure gli esiti della sua azione sono evidenti.

In sostanza, ha distrutto la Fiat: ha rinnegato il radicamento italiano, ha ridotto i livelli di occupazione più di quanto abbiano fatto i competitori, ha via smantellato le attività di ricerca e sviluppo. Ha svilito la vocazione manifatturiera dell’impresa ponendola al servizio di una famiglia e di speculatori finanziari. Ha svenduto il valore dei marchi: Fiat, Alfa Romeo, Lancia – il lasciare che venissero oscurati dal marchio Jeep è uno sberleffo alla storia, al nostro paese, al Made in Italy tutto.

A chi giustifica Marchionne ricordando il difficile contesto in cui ha operato, i condizionamenti esterni, le deficienze della politica italiana e delle organizzazioni dei lavoratori, l’opposizione di attori sociali avversi, possiamo ricordare che l’azione del manager è, per definizione, massimizzazione vincolata. I vincoli sono la condizione nella quale il manager è chiamato ad agire. Ma i vincoli possono essere intesi come pesi che non inibiscono il cammino, possono essere vissuti come stimoli a scoprire spazi di azione. Possiamo aspettarci che un manager, in presenza dei diversi vincoli, cerchi la propria strada, mettendo in campo le proprie competenze, la propria etica e la propria visione del mondo. Solo così la presenza del manager aggiunge veramente valore. Marchionne invece insegna a badare innanzitutto al proprio personale interesse, e poi insegna a piegarsi al servizio cieco di un unico portatore di interessi.

Quando plaudiamo alle gesta di Marchionne, dovremmo chiederci: che gloria c’è mai nell’aderire supinamente alle aspettative di una famiglia di rentiers, che gloria c’è nel soddisfare gli appetiti di lontani investitori istituzionali. Che stima dobbiamo provare per un manager che concede solo briciole agli altri portatori di interessi.

E alla fine, se siamo onesti con noi stessi, dovremmo anche prendere in considerazione la contraddizione tra la nostra ammirazione per Marchionne ed i reali risultati da lui ottenuti.