Da soli non si pensa bene. E’ evidente. Ma a volte si è costretti. Certamente sarò carente io nel cercare occasioni di ‘mutuo pensare’, di incontro e confronto intellettuale. Ma è difficile: vedo frequenti resistenze.
Di recente un amico -che stimo moltissimo- mi ha scritto che si rifiuta di ragionare con me perché l’ho pubblicamente offeso, in un post pubblicato su Linkedin. Non ho ancora ben compreso a quale post si riferisce. E intanto il suo modo di ragionare mi manca enormemente.
Ritengo essenziale questo ‘pensare insieme’. In particolare il ‘pensare insieme’ ad amici che, in apparenza, non sanno nulla di computer science, intelligenza artificiale. Per loro fortuna ignorano l’enorme letteratura specialistica, e guardano da lontano anche la divulgazione degli ‘esperti’ che oggi ammoniscono il popolo. Ma, questi amici, possiedono solide chiavi di lettura ‘umanistiche’: filosofiche, sociologiche, psicologiche, psicanalitiche…
All’inizio del settembre 2026 ho scritto così a un’amico.
“Caro …
…
Ci sono tante cose di cui vorrei parlarti, Ma alla fine mi pare che tutto si concentri su un argomento. Te lo accenno sommariamente,
Un punto di partenza, per cercare di dirti, è Macchine per pensare. Sono passati dieci anni – per certi versi mi sembra impossibile. Tu sei stata la persona che ha capito di più, secondo me, il senso di quel lavoro. (A essere precisi, c’è anche un’altra persona: Giuseppe O. Longo, che trovava nei miei tentativi conferma della sua ‘conversione’, allontanamento dal ruolo di puro matematico, teorico dell’informazione, al ruolo di narratore. Dove non si arriva con esattezza si arriva con la narrazione).
Tu mi hai reso più chiare le mie intuizioni sul Web come inconscio. E’ in gioco qui una benvenuta tecnica intesa come via umana per cercare sé stessi, per conoscere stessi, per essere più consapevolmente e pienamente sé stessi. Nel libro cercavo di osservare, mettendomi in guardia, e mettendo in guardia i lettori, una differente tecnica, che costruiva macchine al servizio del potere, della repressione, dell’ordine, del controllo. Come erano, in modo esemplare, le macchine IBM usate dal governo nazista.
Ma riuscivo solo molto parzialmente a dire del pericolo implicito nella perversione del percorso che ci aveva portato a costruire il Web.
Un modo breve di descrivere lo svolgimento di questa ‘perversione’ è ricordare Il gesto e la parola di Leroi-Gourhan. Alla metà degli Anni Sessanta riprende la lezione di Marcel Mauss. Mauss, trent’anni prima, proprio nello stesso momento, 1936, in cui Turing rispondeva a Gödel -ciò che è incompleto e incerto può essere sostituito, nel mondo della computazione, con qualcosa di completo e di certo- Mauss dice: anch’io mi ero sbagliato: accettavo l’idea che la tecnica iniziasse con la costruzione dello strumento, e poi della macchina: invece no, la tecnica è indissolubilmente legata all’essere umano, alla sua cultura, alla sua storia: la tecnica consiste innanzitutto, e sempre, nel conoscere, nell’adoperare il proprio corpo.
Leroi-Gourhan nel Gesto e la parola (1964-1965) riparte da Mauss, ma considera la constatazione di Mauss in modo radicalmente divergente dal modo in cui Mauss la intendeva. Mauss ci invita a considerare la tecnica come manifestazione perennemente emergente dell’essere umano. Leroi-Gourhan invece intende Mauss come narratore dell’origine di una storia che a lui interessa sopratutto per la continuazione. L’essere umano raggiunta la posizione eretta si evolve tramite i gesti, poi la parola. Poi crea e usa utensili, e quindi macchine separate da lui. La capacità di conoscere e di agire che risiedeva nell’uomo si trasferisce nella macchina. Un unico processo evolutivo, privo di soluzione di continuità, una stessa deriva darwiniana porta dall’essere umano all’intelligenza artificiale: Leroi-Gourhan lo dice chiaramente. Descrive una ‘filogenesi della tecnica’. Così attribuisce alla tecnica -a qualsiasi frutto della tecnica- una soggettività, sottraendola all’essere umano.
Oggi i filosofi e i vari apologeti del ‘digitale’ che seguono questa via parlano infatti di Agency, agentività, capacità di agire, posseduta sia da umani che da macchine. Si osserva così un appiattimento ontologico, l’imposizione di uno sguardo per il quale l’umano è osservato e misurato con le stesse metriche con cui si osserva e misura la macchina.
Così si arriva all’invito rivolto a noi umani -anche Latour, per esempio, sostiene questa posizione- ad essere ‘più che umani’ – che è un modo per dire: più simili alla macchina.
Questa posizione finisce per essere un modo di intendere il sistema sociotecnico come accoppiamento strutturale di due entità, uomini e macchine, di cui si assume una autonomia evolutiva. Per me il sistema sociotecnico è invece il prodotto del lavoro umano, un continuo processo di umana creazione di macchine, temporaneo consolidamento in macchine di desideri e conoscenze.
Potremmo dire che il darwinismo così ben descritto da Leroi-Gourhan esclude sia Marx che Freud. Infatti la psicologia cognitiva sostituisce all’indagine freudiana, e ad ogni indagine postfreudiana, il confronto tra l’essere umano e uno schema di comportamento definito a priori, così come è il programma di una macchina. Alla cura si sostituisce l’individuazione dei ‘bias’, errori sistematici e ripetuti di un essere umano visto come macchina.
Ora, il Web, così come lo descrivevo, anzi, così come è ancora, almeno in parte, è una ‘tecnica del corpo’, una tecnica dell’essere umano che si interroga cerca e conosce. L’algoritmo è sostituire al cercare qui ed ora un processo di ricerca predefinito.
L’intelligenza artificiale che è ora imposta ad ogni essere umano -si può datare di preciso il passaggio dal Web all’intelligenza artificiale tra la fine del 2022 e l’estate del 2023- è un sostituto del Web con una cosa del tutto diversa: una scatola nera. Al posto del cercare in noi stessi, il responso di un oracolo. Un oracolo che viene spacciato per dotato di una sua ontologia paragonabile a quella umana.
Ecco, vorrei ragionare con te a questo proposito. Se hai voglia e tempo. Considero fin d’ora il tuo punto di vista illuminante.
Potrei continuare provando a dirti meglio, o in altro modo. Del resto i libri che ho scritto nel frattempo, le Cinque leggi dell’era digitale, e Splendori e miserie delle intelligenze artificiali sono tentativi di osservare questo passaggio. Ti proporrò di leggere cose che ho scritto di recente, cercando appunto di riprendere quel filo di Macchine per pensare. Ma mi fermo qui. E’ solo per darti l’idea.”