Ecco qui l’inizio di un articolo che ho pubblicato il 21 giugno 2026, su MagIA, Magazione Intelligenza Artificiale. L’articolo è intitolato Computer Science come meccanismo di difesa.
“Computer scientist scrivono un libro dopo l’altro, con la pretesa di educare i cittadini, come e più di quanto abbiamo visto fare ai virologi ai tempi dell’epidemia.
Fini studiosi, pensatori, filosofi e filosofe finiscono per distogliersi dal proprio tentativo di conoscere, dal proprio originale e libero pensiero, per recensire e commentare il pensiero dei computer scientist.
E questo mentre i computer scientist che scrivono, libro dopo libro, si allontanano sempre più dal loro fondato sapere, dalla loro specializzazione, per arrampicarsi in argomentazioni speculative, metafisiche, etiche.
Un esperto di deep learning è forse legittimato a parlarci di ontologia e di coscienza? Il fatto che una certa macchina funziona, legittima forse il computer scientist a parlare dei massimi sistemi?
L’aura di autorità che circonfonde qualsiasi cosa dica il computer scientist è già ben alimentata da una oculata propaganda, cui contribuiscono membri della stessa élite, con il supporto di lobby industriali e speculativo-finanziarie che crescono attraverso l’affermazione dell’universale presenza della cosiddetta intelligenza artificiale.
La crescente attenzione ai computer scientist e ai loro corifei ha come contrappasso il trascurare altre chiavi di lettura.
Scienze differenti offrono chiavi di lettura differenti. Uno sguardo esaustivo ed esatto resta inattingibile. Ma, sulla strada del ‘vedere per sapere’, del conoscere, restano aperte due vie.
Si può scegliere di abbarbicarsi ad un unico sguardo – e possiamo supporre che questo afferrarsi sia un meccanismo di difesa, un inciampo o un rifiuto. O possiamo incamminarci lungo il faticoso percorso del giustapporsi, del sovrapporsi, del contaminarsi di sguardi differenti.
È comodo scegliere la prima via. Ed è comodo complemento all’incamminarsi lungo la prima via il rimuovere – il negare a se stessi e a ogni altro – l’esistenza di altre vie.
Oggi la via ‘scientifica’ stimata come più efficace, più celebrata, più socialmente rinomata, è, evidentemente, la via delle cosiddette discipline STEM (Science, Technology, Engineering, and Mathematics). E all’interno delle discipline STEM appare sempre più evidente il primato della Computer Science.
La via delle ‘scienze umane’, contestualmente, è considerata marginale, scarsamente, produttiva, in fondo irrilevante.
Esemplare il caso della psicologia. Intendo per psicologia la disciplina che studia il divenire adulto dell’essere umano, la consapevolezza del proprio modo di essere, lo scavo in noi stessi e l’accettazione dei nostri limiti, la sana gestione delle pulsioni, l’atteggiamento rispetto agli altri e la formazione di relazioni interpersonali…
C’è bisogno davvero di questo tentativo di definizione? Sì, perché la psicologia cui qui accenno è negata e rimossa, e sempre più di frequente sostituita da una ben diversa disciplina, la cui definizione più comune è forse ‘psicologia cognitiva’. Ovvero, una disciplina il cui metodo consiste nel considerare l’essere umano una macchina, e nel confrontare i comportamenti umani con modelli dati a priori. La psicologia cognitiva, dunque, si fonda sullo stesso concetto di macchina computazionale su cui si fonda la computer science.
In questo modo lo sguardo psicologico è censurato ed evitato.
Ora però è proprio questa censura a parlarci dell’importanza della psicologia. Infatti la psicologia ci invita ad osservare come inventiamo apparenti ragioni, scuse e deviazioni e coperture per poter evitare di vedere ciò che ci disturba, ci mette in crisi; la psicologia smonta le nostre sicurezze, mostra ciò che c’è dietro. Servono oggi gli strumenti della psicologia per guardare dietro l’ostentata sicurezza dei computer scientist, e del corteo di scienziati di altre discipline e di filosofi di complemento che si pongono a seguaci dei computer scientist.
I computer scientist progettano, costruiscono e governano le macchine che ogni cittadino del pianeta è oggi obbligato ad usare, e di più: indicano oggi ad ogni cittadino del pianeta la strada da seguire.
Eppure i computer scientist sono esseri umani, e lo statuto di computer scientist non salva l’essere umano che copre questo ruolo dall’essere vittima di quei meccanismi di difesa che sono l’oggetto di studio della psicologia.
Serve dunque tornare alla psicologia….”
Ed ora le frasi finali:
“Il computer scientist che progetta e costruisce la macchina che esegue autonomamente il programma, la macchina che si autoregola, la macchina pensante, sta cercando – a nome proprio e a nome di ogni essere umano – un sostituto simbolico alla riparazione del sé.
Si ricorre al costruire e all’affidarsi alla macchina perché il riparare il proprio sé è inteso come lavoro troppo faticoso. Più facile, più apparentemente efficace proiettarsi in un oggetto. L’oggettivazione cercata dal computer scientist nel costruire la macchina che si prende cura di sé stessa è, appunto, il meccanismo di difesa, la scorciatoia magica, il tentativo di evitare il dolore psichico creando un oggetto autonomo, privo di attrito, privo di difetti.
La computer science apre la strada alla via della fuga psicotica nell’artefatto: si fonda sul dichiarare il soggetto umano obsoleto, irrimediabilmente malato e difettoso. Si legittima così l’investimento -affettivo, emotivo, economico, politico, medico – sull’oggetto-computer.
È l’illusione di sopravvivere attraverso la nostra stessa scomparsa, lasciando a testimoniare la nostra esistenza un Ersatz, un surrogato, una imitazione di noi stessi.
Il soggetto, nel tempo in cui la computer science è la prima scienza, la scienza nei confronti della quale ogni altra scienza è debitrice, resta avvinto nella insoddisfazione, toccato dall’angoscia, costretto, nel tentativo di fuggire da sé stesso, a costruire macchine sempre più, in apparenza, simili a lui stesso. Macchine che nonostante l’illusoria similitudine, restano macchine, e che lasciano l’essere umano privo di quella cura che può emergere solo dal compassionevole agire umano.
Poiché l’atto creativo consistente nel progettare e sviluppare macchine è usato come difesa – come rimozione, come proiezione e come formazione reattiva – e non come riparazione, non come cura, l’angoscia originaria non è minimamente toccata. Rimane presente e sempre più pesante.
Ed è per questo che il creatore – il computer scientist – è condannato alla coazione a ripetere: dovrà costruire macchine sempre più grandi, sempre più potenti, in una corsa infinita che non potrà mai colmare il vuoto di senso, di amore, di pace.
Più il computer scientist si occupa della macchina – alimentandola di informazioni, addestrandola ad autosvilupparsi – più il soggetto umano si svuota.
Si svuota la vita, svilita nella comparazione con una imitazione della vita.”
