Piano di Ripresa e Resilienza. Un piano Marshall o piuttosto un auspicabile ritorno alle politiche di piano di mezzo secolo fa. ca pitolo di Francesco Varanini in un libro collettivo


Le edizioni Este preparano un libro collettivo sul Piano di Ripresa e resilienza. La pubblicazione è prevista per fine giugno 2021.

Questo l’abstract del mio capitolo:

Si è detto che il PNRR è un nuovo Piano Marshall. Sembra più calzante dire invece che si tratta di una ripresa delle politiche di piano keynesiane che il Parlamento e il Governo del nostro Paese avevano promosso nei decenni 1960 e 1970. Resta da verificare in che misura si considera oggi veramente obiettivo primario la piena occupazione. Resta anche da verificare se un equilibrato, complessivo, durevole sviluppo del nostro Paese può riassumersi nella attenzione a due ambiti: transizione digitale e nella transizione ecologica.

Di seguito l’incipit e la conclusione del capitolo.

Il Piano di Ripresa e Resilienza segna una svolta. O almeno può segnarla, se siamo disposti a cogliere e a rinforzare le novità -sia pur timide e contraddittorie- che porta non sé. Le novità consistono nel ritorno ad una politica di piano.
L’iniziativa del Parlamento Europeo e del Consiglio Direttivo Europeo1 può infatti essere vista come momento di rottura della politica economica di stampo neoliberista che ha dominato la scena per cinquant’anni.
A partire dagli Anni Ottanta del secolo scorso un’élite finanziaria, imprenditoriale, scientifico-tecnologica ha imposto la propria egemonia. Fino al punto che la stessa produzione normativa degli stati nazionali e dell’Europa unita guarda, prima che agli interessi dei cittadini, degli interessi dell’élite.

Il neoliberismo sostiene la virtù del lasciar campo libero all’offerta. Per questa via si è giunti al prevalere schiacciante di multinazionali extraterritoriali e monopolistiche come sono oggi Google e Amazon.
Si è imposta all’opinione pubblica l’idea che l’arricchimento di pochi va a vantaggio dell’intera cittadinanza. Eppure sono evidenti la progressiva erosione della classe media, ed il crescente divario tra ricchezza e povertà.
L’intervento pubblico nell’economia è stato esposto al pubblico ludibrio. Doveva trattarsi semmai di mossa di emergenza, destinata a risolvere crisi per poi immediatamente rimettere ogni cosa in mano privata.

In questo quadro, le politiche di piano rischiano di risolversi in affermazioni di principio destinate a restare un sottile velo che copre l’esclusiva attenzione ad interessi di parte. Come dire ‘prendi i soldi e scappa’. Facciamo finta di mettere in campo politiche di sviluppo. Senza fiducia in sé stessi. Senza fiducia nella possibilità di innescare processi virtuosi di cambiamento. Convinti anzi che il declino sia inevitabile. E chi si sia condannati a vivere di debito. Sempre dipendenti quindi nei confronti dei creditori. O di qualcuno disposto, o costretto dalle circostanze a concedere sostegno a fondo perduto.
Non basta dire: oggi è il momento di spendere. Non basta dire che c’è la spesa buona e c’è la spesa cattiva. E’ facile considerare buona la spesa destinata a concedere aiuti a chi è stato danneggiato dalla recente epidemia, o più in generale a sostenere i bisognosi. E in fondo anche facile concedere un salario sociale ad ogni cittadino. Ma la remunerazione senza lavoro è una condanna alla dipendenza ed alla passività.
Diversa è la via di una ripresa fondata su investimenti destinati a creare posti di lavoro e condizioni per una nuova diffusa creazione sociale di valore.

(…)

Abbiamo gli investimenti. Abbiamo un piano. Ciò che resta da verificare è si tratta di un ritorno ad una politica dove l’obiettivo della piena occupazione prevale sugli interessi di lobby finanziarie e di singoli settori imprenditoriali.
“È arrivato il momento di metterci al lavoro per rendere l’Europa più verde, più digitale e più resiliente”, prosegue il testo. L’alto e condivisibile obiettivo: “trasformare le nostre economie e creare opportunità e posti di lavoro per vivere nell’Europa che desideriamo” è tradotto nel “rendere l’Europa più verde e più digitale”.
Preoccupa il fatto che la creazione di “opportunità e posti di lavoro” sia cercata esclusivamente attraverso la transizione al digitale e la transizione ecologica.
Perché l’industria digitale è mano a grandi imprese private statunitensi e cinesi: nulla di ciò che gli indirizzi europei ed il Piano di Ripresa e Resilienza stilato dal nostro governo prevedono è in grado di scalfire questa dipendenza.
La stessa transizione ecologica appare un concetto fumoso. Soggetto al rischio di comode interpretazioni di parte.
Torna quindi utile il monito dei riformatori italiani di mezzo secolo fa. “Appaiono insufficienti sia i piani settoriali, in cui si trascura l’interdipendenza dei vari problemi e se ne tentano soluzioni parziali, sia gli interventi occasionali, adottati in base ad esigenze immediate, e non chiaramente inseriti in una visione di lungo periodo del processo di sviluppo”. (Giorgio Fuà e Paolo Sylos-Labini, Idee per la programmazione economica, Laterza, Bari, 1963, p. 39