Francesco Varanini

Borges: Labirinti

Ieri pomeriggio, mi ha chiamato per telefono un amico, per parlarmi del progetto di un intervento formativo. Parliamo di complessità e di labirinti. Il nostro argomentare mi fa tornare a quei due versi di Borges, dove il poeta, avendo in mente Buenos Aires, scrive: anzi, detta, essendo già immerso da qualche anno nella “pallida vaga cenere” della cecità). Dice: “…este laberinto/ de líneas rectas, no de complejidad”.
Finita la telefonata, voglio rileggere il passo. Prendo in mano le Obras Completas – raccolta curata dallo stesso Borges, ma volutamente incompleta: l’dea stessa di completezza stessa è una finzione. A memoria non trovo. Per immotivata fretta ed arrendevolezza chiedo a una ‘intelligenza artificiale’. La macchina mi risponde con un pomposo sproloquio a proposito di come per Borges “el laberinto definitivo no es el clásico edificio de pasillos intricados, sino una línea recta, única y precisa…”. La macchina in realtà mena il can per l’aia, non sa darmi la fonte che le chiedo. Devo insistere ripetendo la domanda (mi rifiuto di chiamarla prompt): “Hay un poema de Borges donde se habla de la gran ciudad, Buenos Aires, laberinto de líneas rectas, no de complejidad”. Forse dovrei sentirmi gratificato dalla risposta: “¡Tienes toda la razón en tu recuerdo!”, eccetera eccetera.
Ma mi sto già dando dello stupido per non essere andato a guardare in quello che io stesso ho scritto. Cerco nel Viaje literario por América Latina,
di sicuro lì ho scritto qualcosa al proposito, ma sul momento non trovo il punto.
Finché alla fine trovo l’articolo che cercavo, scritto nel 1985, quando di giorno lavoravo intensamente alla digitalizzazione degli archivi della casa editrice, e di notte lentamente scrivevo di cose ispanoamericane.
Così una pagina trovo la citazione che cercavo, e sotto quel grafo concettuale del labirinto di Borges che avevo disegnato accuratamente con la penna a china. E sulla pagina a fronte frasi che non ricordavo di aver scritto. Frasi dove, mi rendo conto ora, mescolavo le mie esperienze diurne e le mie riflessioni notturne. Frasi che -ora che abbiamo vicino a noi queste macchine che sembrano nuovissime- non saprei scrivere meglio.

“Viaggio, se vogliamo, nel Campo Semantico Generale di cui ci parlano i semiologi (che non a caso tanto devono a Borges). O ancora viaggio inteso come algoritmo, modellizzazione della soluzione di un problema, circuito chiuso di gesti che, innescato il meccanismo, avviata la macchina, si susseguono secondo un percorso di passi logicamente prefigurati, senza soluzione di contiguità, e senza bisogno di interventi ulteriori -all’interno del percorso- da parte dell’intelligenza umana (si noti qui l’analogia tra il gioco proposto da Borges ed i paradigmi della cibernetica e della progettazione del software).”

(scritto all’inizio del giugno 2026)

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