Francesco Varanini

Lettera a Pino Varchetta, 10 ottobre 2019

Bisogna coltivare la memoria e l’autobiografia. Questo è un diritto-dovere per ognuno di noi. Questo sito è luogo dove cerco di rispondere a questo impegno, a questa responsabilità. Interrogandomi sempre sul limite, per evitare per quanto possibile il narcisismo e l’esibizione. Sperando anche che le tracce che lascio sparse, affastellate, in questo sito, siamo stimolo a qualche lettore, invito a riflettere su di sé, come cerco di fare qui.

La memoria, con la sua misteriosa autonomia, mi ha riportato presente in questi giorni pagine che potrebbero, o forse dovrebbero esserci, nel baule di tracce che è questo sito. Una pagina mancante è quella che sto aggiungendo ora. Una ‘email’, in realtà una vera ‘lettera’, che appartiene a uno scambio epistolare. Chi è Pino Varchetta il lettore potrà scoprirlo facilmente da tracce reperibili sulla Rete. Ma anche qui, in questo mio sito, trovate vari spunti. 

Si tratta di uno scambio privato. Ma mi sento autorizzato a pubblicare qui quello che ho scritto a Pino Varchetta, perché Pino Varchetta ha pubblicato quasi integralmente l’epistolario -che coinvolge oltre a lui e a me Ugo Morelli- sulla rivista Educazione Sentimentale. Ecco qui il riferimento bibliografico preciso: “Conversando. Scambio epistolare tra Giuseppe Varchetta, Ugo Morelli, Francesco Varanini”, Educazione sentimentale. Rivista di psicosocioanalisi, 32, 2019.

Eravamo nell’autunno del 2019. Con l’anno nuovo cademmo inopinatamente nella rete dell’epidemia. Evento -oggi rimosso- fonte di ripensamenti. Chiuso in casa scrissi Le Cinque Leggi Bronzee, libro che non risultò così breve ed essenziale come pensavo quando scrivevo queste righe…

E poi in anni successivi ho chiuso il mio rapporto con la casa editrice Este, ho limitato il mio rapporto con la casa Editrice Guerini alla presidenza della giuria del premio Impresa Saggia, ed ho affidato il mio impegno culturale al progetto Stultifera Navis, varato con l’amico Carlo Mazzucchelli.

 

10 ottobre 2019

Caro Pino,

ho tardato molto a rispondere, ma non mi scuso neanche. Proprio per quello che mi hai scritto, non potevo risponderti più velocemente. E come vedi, e come puoi vedere anche tu Ugo, non sono neanche riuscito ad essere sintetico.

Non ti ho ringraziato abbastanza della tua generosa presenza all’Avvenimento promosso da Assoetica il 17 maggio scorso. Sono state fatte registrazioni video degli interventi, ma solo pochi giorni fa ho iniziato ad occuparmi di come segmentare il filmato e mandare ad ogni ospite il proprio spezzone.

Mi dici del Forum di Sviluppo & Organizzazione che si è tenuto il 27 e 28 scorsi, ipotizzando che io abbia in qualche modo ispirato. Non ti sbagli di molto. Sono membro del comitato scientifico della rivista e ho partecipato anche ad un gruppo di lavoro che ha progettato l’evento, e del resto collaboro con la casa editrice e con la rivista da quando, nel lontano ’92, ho iniziato a tenere una rubrica.

Negli incontri preparatorii è emerso un tema: Costruire l’organizzazione “giusta”: le frontiere da attraversare. Il titolo offriva spazio a varie declinazioni. Ma devo dire che non è emersa una linea chiara. Mi è parso che ognuno tirasse un po’ l’acqua al proprio mulino, proponendo relatori e articolazione del tema in considerazione della personale rete di relazioni, ignorando visione e progetto culturale.

Insomma, come hai giustamente notato l’agenda era molto squilibrata – me n’ero accorto ma di fronte a ciò non sono riuscito a incidere quanto avrei voluto o come dici: dovuto.

Ho ricevuto un commento simile al tuo da Elio Borgonovi. Anche lui non si ritrovava nell’agenda così come era costruita. Ho aperto una riflessione con Gianfranco Rebora, direttore della rivista, in vista di migliori scelte future….

Noti “l’assoluta assenza della cosiddetta psicologia del profondo”, “di un approccio psicanalitico (per me psicosocioanalitico), clinico allo sviluppo organizzativo”: non c’è bisogno di scendere in dettagli. Condivido il tuo giudizio. Non si è dato spazio alla lettura dell’organizzazione con sguardo psicanalitico e socianalitico, aggiungerei che non è stato dato spazio neanche ad un approccio etnografico, attento alle culture.

Così si finisce in affermazioni enfatiche che ormai mi danno la nausea: esempio tipico per me la ricorrente affermazione ‘persone al centro’, affermazione retorica e vuota. Non si bada a come accompagnare persone e gruppi verso una percezione del sé, ci si limita invece a celebrare un presunto ruolo del direttore del personale o del formatore o in senso lato del manager, ruolo di benefattore di professione, ruolo che non esiste, e che se esistesse sarebbe elusivo, perché il presunto ‘vivere per gli altri’ è usato per evitare il lavora su di sé, il conoscere sé stessi.

C’è una rimozione. Mi pare emerga in due modi. Nel modo di Butera e nel modo di Decastri.

Butera è rimasto legato ad una idea di progetto socio-organizzativo dove il Progettista Buono, osservando magnanimamente il mondo, progetta organizzazioni ‘giuste’. E così si chiede come mai gli architetti hanno avuto successo e onori e i progettisti di organizzazioni no.

Questo mi fa venire in mente un piccolo episodio della fine degli Anni Settanta. Facevo il formatore a Verona, stabilimenti industriali Mondadori. Avevo chiesto di fare una esperienza come operaio. Ho lavorato per tre mesi in stampa rotocalco. Appena tornato alla formazione il mio capo mi ha indicato come partecipante del gruppo di lavoro di una ricerca in corso, ricerca intervento partecipata da direzione del personale e sindacato, condotta da ErreEsseO. Cioè da Butera. Avevo modo di osservare come sia i manager sia i sindacalisti sapessero poco di quello che succedeva in fabbrica. Ricorderò sempre che una volta il capomacchina, avendomi accolto nel gruppo nonostante sapesse che lavoravo al personale, mi mostrò come lui e i membri della squadra erano in grado di sabotare la produzione, cosa che facevano quando ritenevano fosse stata compiuta qualche ingiustizia.

Restando nella linea Butera, come hanno fatto diversi relatori del Forum, si evita di guardare al presente delle organizzazione, e di guardare a come noi analisti o osservatori o consulenti o manager ci poniamo di fronte all’organizzazione, si evita di riconoscere e farsi carico della nostra appartenenza all’organizzazione…

Decastri, per farla breve, mi pare sostenitore di approccio comportamentista o utilitarista.

Mi fai l’onore di citare qualcosa che ho scritto in Macchine per pensare. Devo dirti che, per quanto sono in grado di cogliere, sei stato il lettore più acuto di Macchine per pensare, forse non ti ho ringraziato abbastanza di questo. Per dirla altrimenti, mi dispiace non abbiamo avuto l’occasione di commentare insieme. Dopo la tua, la lettura di Macchine per pensare più significativa è stata quella di Giuseppe O. Longo.

Ma direi che su questi temi -anche in particolare il superamento delle due culture- possiamo rimandare a quando avrò terminato il libro che avrei dovuto consegnare a Guerini prima dell’estate. E’ un seguito di Macchine per pensare, ma non un seguito diretto. A Macchine per pensare seguiranno gli altri tre volumi del Trattato di Informatica Umanistica, tutti e tre in via di stesura. Ma ora, d’accordo anche con Angelo, ho fatto un passo di lato. Questo che devo terminare è un libro più breve. Più sintetico, almeno nelle intenzioni. Più politico. Cerco di dire come la ‘cultura digitale’ si colloca nella speciazione di Sapiens. Secondo me il passaggio al digitale non è tanto un evento, un fenomeno o una discontinuità strettamente tecnica, è invece il punto di svolta di un percorso storico che ha visto l’essere umano elevarsi da indistinto componente di popolo o massa, a cittadino -individuo consapevole dotato di libero arbitrio, diritti e responsabilità. Questo percorso si interrompe, in conseguenza di una nuova saldatura tra classe politica e tecnici. E così il cittadino è ridotto a utente – passivo suddito di una tecnocrazia sovrana.

Difficile, anche inutile, riassumere qui. Ti accenno solo a due avvicinamenti all’argomento.

La parola scienza porta in sé una singolare critica del proprio significato. Per un mero accidente evolutivo non appaiono in latino esiti del passaggio dal ‘vedere’ al ‘sapere’. Senso presente in sanscrito e in greco e poi in tedesco e in inglese. La radice è weid, ‘ho visto e quindi so’. In sanscrito veda, in greco (w)oida, tedesco wissen, inglese wise. Nel passaggio dal vedere al sapere è implicita non solo la ragione ma sempre anche la saggezza. In latino abbiamo videre, ‘vedere’, ma salta il passaggio dal vedere al sapere, Al passaggio dal vedere al sapere si sostituisce il passaggio dal decidere al sapere: Scio, so, appartiene alla famiglia di secare, il decidere è una precisazione del tagliare. Ecco la scienza non saggia, non aperta alla saggezza, la scienza che razionalmente taglia via ogni ridondanza, limita la conoscenza a leggi esatte…

Altro avvicinamento. Alan Turing, eletto da contemporanei e posteri -in qualche misura suo malgrado, come accadde a Darwin- a padre fondatore, era un realtà un ragazzo privo di affetti, condizionato da un’infanzia difficile. Ora, i suoi articoli sono letti da adepti e seguaci, non interessati al manifestarsi del soggetto, alla psiche, all’autobiografia. Nel suo articolo chiave, dove afferma che le macchine possono pensare, scrive in realtà “I hope”, io spero che le macchine arrivino a pensare. In intendo che lo spera perché deluso dagli esseri umani finisce per preferire la macchina all’essere umano, sperando di avere dalla macchina conforto e affetto che gli esseri umano non gli hanno saputo dare…

Tornando al ruolo che potrei avere come ‘intellettuale influenzante’ quella “macchina varia di cultura organizzativa che è la Este”, devo dirti che cerco di farlo, nei limiti del dovuto rispetto del ruolo dei due soci, editori e imprenditori. Ho stima di loro. So come è difficile fare l’editore e l’imprenditore, di questi tempi.

Mi fai venire in mente un monito di Giulio Sapelli, ospite in un qualche incontro Este, che mi diceva: quando la smetti di fare il domatore di scimmie? Me lo diceva un po’ per scherzo un po’ sul serio vedendomi appunto alle prese con il tentativo di condurre nel miglior modo possibile colloqui e tavole rotonde. Sapelli, mi pare, mi richiamava in cambio a dedicarmi al mio personale lavoro di produzione, di scrittura.

Aggiungo che un ruolo simile, informale, mi trovo a svolgerlo con Angelo Guerini, di cui ammiro la costanza nell’operare in un mercato in contrazione come è quello del libro.

Credo che sia giusto tu mi ricordi responsabilità che ho, il ruolo che posso coprire, parlarne con te mi è di aiuto. Ma allora dovrei raccontarti qualcosa di più del mio vissuto personale, nel corso degli anni, cosa che in minima misura faccio già qui più sotto.

Proponi di scorrere insieme il sommario dell’ultimo numero, 287, di Sviluppo & Organizzazione, dedicato a “L’azienda come infosfera”, “Contributi sono in sé eccellenti, alcuni sono anche di cari amici (Varanini, Scaratti) che conosco da tempo, altri (Floridi) studiosi di fama internazionale”.

Sono stato io a farlo conoscere presso la Este. C’era da organizzare un ciclo di inconti, ho proposto il titolo L’azienda come infosfera. Di qui gli articoli sul numero di Sviluppo & Organizzazione che citi.

Non condivido il tono dell’intervista a Floridi, mi pare acritica, apologetica. Ho scritto, su richiesta di Rebora, il direttore, un articolo per Sviluppo. Per metà è dedicato a Floridi. Sarà pubblicato su uno dei prossimi numeri della rivista.1 Il fatto è, caro Pino, che io i testi di Floridi li ho letti davvero, ne parlo con cognizion di causa. E non mi pare efficace il tentativo risolvere i problemi politici ed etici posti da Google ecc. tramite comitati etici, che ovviamente dovrebbero vedere tra i loro componenti Floridi stesso.

A proposito del “pezzo che ha Ugo scritto con la collega Emanuela Fellin sul tema Easy & Fast Training per un prossimo numero della tua rivista Persone & Conoscenze“.2

Sono grato a Ugo per avermi proposto il tema e per l’articolo. Tramite articoli come questo sono convinto che riusciamo a mantener viva l’attenzione sul gran tema della formazione. Riusciamo, spero, a confortare molti che sono dubbiosi rispetto a trend incombenti. Dobbiamo anche forse dirci che è veramente difficile contrastare questi trend. Probabilmente sullo stesso numero apparirà, ad esempio, l’articolo di un giovane che si ritiene formatore, ma che considera che la formazione debba chiamarsi oggi, e ridursi a ‘Learning Experience Design’.

Di recente sono stato chiamato a partecipare a un progetto di cosiddette pillole formative. Il budget a disposizione è speso in gran parte per pagare sala di ripresa e regista. Di conseguenza si riduce il compenso del formatore, che diventa un locutore. Detto altrimenti il formatore è costretto dietro le quinte, mentre sulla scena sta un suo avatar digitale. La pretesa era che scrivessi quello che avrei detto, il mio script doveva poi essere rivisto da uno sceneggiatore e quindi io avrei poi dovuto leggere il testo sul gobbo durante la ripresa. Essendomi rifiutato, alla fine il regista e altri dello studio sono rimasti sorpresi che fossi riuscito a parlare per un quarto d’ora senza interruzioni seguendo un filo logico. Molti giovani che si occupano di formazione non hanno nemmeno memoria di una giornata d’aula di otto ore.

Visto tutto questo l’articolo di Ugo e Fellin è importante. A prescindere dalle fonti citate.

Il motivo per citare innanzitutto Jacques, Bion, Pagliarani secondo me sta in una triste realtà, che ci si presenta comunque come possibile terreno d’azione: c’è poca conoscenza anche di queste figure fondative. Cominciamo da qui.

Importante, in generale, dar valore alle fonti, ai riferimenti bibliografici.

Mi par di capire che oggi però, vista la facilità di accesso per via digitale alle fonti stesse, si precisa una biforcazione: da un lato le fonti che è importante citare per motivi didattici, per mostrare l’evoluzione di un filone di pensiero: ci compete la responsabilità di indicare le pietre miliari. Dall’altro lato la bibliografia è la traccia lasciata di un percorso personale, di affinità elettive, insomma è un modo di scrivere l’autobiografia.

Esempio: per me nel narrare l’avvento del digitale, vedo un percorso che lega Schrödinger, What is Life, 1945; von Foerster, On Self-Organization Systems and their Environment, 1970; Morin, L’événement-sphinx, 1972.

E ugualmente considero passaggio chiave in questa storia l’uscita nello stesso anno di due libri che forse ad altri appaiono distanti: Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, McLuhan, Understanding Media.

“Ugo Morelli… l’esigenza di con-fondere le due culture… quel suo costrutto ‘la tensione rinviante'”.

Avevo letto qualcosa sulla tensione rinviante e sono andato a cercare le poche parole che mi ero appuntato. ”Un sentimento particolarmente compiuto di risonanza incarnata. Dinamica corporeo-psichica. Emozione e sentimenti”.

Mettendoci anche Varela mi fai venire in mente potentemente un vissuto autobiografico.

In questo post3 parlo di un video, una intervista fatta da una persona veramente acuta, che lo conosceva personalmente, un poeta e professore cileno, un anno, mi pare, prima della sua scomparsa riesce rispettosamente a farlo parlare di malattia e di morte.

Perché mi colpisce questa scena, perché un anno dopo ero io li ad essere intervistato al posto di Varela. Ero ospite d’onore insieme a Alain Touraine, Fernando Savater e non ricordo chi altro. L’assistente del conduttore mi ha chiesto ‘cosa scriviamo sotto il suo nome’. Ho fatto fatica a trovare una risposta, a dirle ‘escritor’. Una identità diversa da quella di consulente e formatore. Il mio saggio sulla letteratura ispanoamericana4 era stato tradotto in spagnolo, difficile per me vivere con piena consapevolezza la situazione. Una notte cercavo un po’ a caso notizie letterarie ispanoamericane sul web. Ho trovato l’intervista su un quotidiano colombiano a Cabrera Infante, un autore che ammiro, di cui ho scritto nel mio libro. Con mia enorme meraviglia sono capitato su una risposta di Cabrera. Il giornalista gli diceva ormai è rarissimo trovare novità editoriali interessanti. Ma Cabrera risponde: non creda, libri buoni ne escono ancora, e cita quattro libri tra cui il mio, e in due righe descrive il mio modo di scrivere in un modo così preciso che ancora adesso mi impressiona. Solo alla morte di Cabrera mi sono reso conto che mi ero negato di cercarlo, di andarlo a trovare.

Questo per dirti che i motivi di cui sopra sono verissimi, c’è poco tempo per fare tutto e si subiscono vari condizionamenti. Ma in fondo so che ho faticato moltissimo a riconoscermi, a concedermi autostima. Forse ancora -settant’anni appena compiuti- non mi viene facile far valere la mia autorevolezza. Dunque leggo così quello che mi scrivi. Mio babbo era anaffettivo. Tutto il suo rapporto con me era giocato sullo stimolo e sul controllo dei miei risultati scolastici, che ovviamente non erano buoni.

“Morelli è stato nella cultura del nostro Paese ed europea, un grosso artefice e un valoroso testimone”.

Proprio con Ugo mi sono trovato a commentare l’allontanamento dalla scena di Ceruti e Bocchi, ognuno dei due ha i suoi motivi. Ma ne traggo la conseguenza che ci tocca l’impegno di portare avanti un discorso culturale, oggi particolarmente necessario.

Si vedono tante riduzioni di riflessioni importanti a pericolose semplificazioni legate all’esercizio di potere, a collusioni. Un esempio è per me Floridi, un altro è Recalcati. Trovo specialmente pericolosa la sua clinica dei Nuovi Sintomi, la vita segmentata in infanzia età adulta ecc. e per ogni categoria l’elenco dei sintomi e l’affermazione che ognuno così ridotto a categoria è bisognoso della cura erogata da una specifica fondazione diretta dal famoso psicanalista.

Mi fai pensare che dobbiamo cercare di occupare gli spazi accessibili e sostenere e anche contaminare l’un l’altro i reciproci progetti culturali. Sviluppo & Organizzazione, Persone & Conoscenze, la Este, Guerini, sono alcuni degli spazi che esistono, c’è ovviamente Ariele, c’è per quel poco che riesce a fare Assoetica, associazione che cerco di rilanciare.

1Francesco Varanini, “Da Infosfera a Infrastruttura. Per una definizione delle nuove forme organizzative digitali”, Sviluppo & Organizzazione, 289, settembre-ottobre 2019.

2L’articolo è apparso sul numero 141 di Persone & Conoscenze, novembre 2019.

4Francesco Varanini, Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, 1999. Traduzione in spagnolo: Viaje literario por América Latina, El Acantilado, Barcelona, 2000.

 

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