Quo vadis, humanitas? Antropologia, bioetica e filosofia della tecnica’, sabato 18 aprile 2026, ore 15.30 alle 18.00, nell’ambito delle attività del Master in Bioetica, Pluralismo e Consulenza Etica dell’Università di Torino. Diffuso in streaming
Qui la registrazione video del Convegno
Qui la locandina in formato pdf
Il documento Quo vadis, humanitas? della Commissione Teologica Internazionale riporta al centro la questione antropologica nel confronto con gli sviluppi della tecnica, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie. Il punto che più interessa è questo: la necessità di tornare a pensare l’umano oltre una lettura meramente funzionale o applicativa dell’innovazione tecnico-scientifica.
Il documento è parso agli organizzatori un’occasione preziosa per promuovere un dialogo serio tra competenze diverse, capaci di illuminare da angolature complementari una questione comune.
Il convegno intende offrire uno spazio di confronto su un passaggio oggi particolarmente delicato: quello in cui le trasformazioni tecnologiche, e in particolare l’intelligenza artificiale, non chiedono soltanto valutazioni pratiche o normative, ma sollecitano una riflessione più ampia sulla figura dell’umano, sul suo limite, sulle sue forme di relazione e sul significato stesso del suo possibile compimento.
Nel mio intervento -ore 16.00 – 16.20; mi è stato proposto il titolo: IA: potenza tecnica e questione antropologica. Perché gli algoritmi non chiudono la domanda sull’umano– penso di iniziare ricordando la conversazione con un amico Computer Scientist, circa quindici anni fa. Mi chiedeva: “Ma perché, tu hai qualcosa contro gli algoritmi?”. “No”, gli ho risposto. “Contro gli algoritmi che tu personalmente scrivi non ho niente in contrario, perché mi fido di te”.
Mi pare particolarmente importante “tornare a pensare l’umano oltre una lettura meramente funzionale o applicativa dell’innovazione tecnico-scientifica”.
In cosa consiste questa innovazione tecnoscientifica? Nel livellare umani e macchine sullo stesso piano ontologico: sia umani che macchine intesi come ‘agenti’.
Mi sembra che in presenza dell’attuale deriva tecnoscientista (scienza ‘inverata’ in macchine) il punto chiave della frase sia il ‘tornare’. Quindi ‘metanoia’, ‘conversione’.
Gaudium et Spes 14. ‘Costituzione dell’uomo’: “vita del corpo”. Direi oggi: vita del corpo intesa come tornare a sentirsi umani senza macchina: scrivere a mano, camminare in un bosco… Esperienze che oggi, in tempi di costante interfacciamento con la macchina, si fanno sempre più rare.
Grazie a Palma Sgreccia per l’invito.
