Francesco Varanini

Risposta a un amico a proposito del ‘mondo nuovo’ digitale

Ritrovo tra i miei appunti uno scambio con un amico, avvenuto un po’ di mesi fa.

Mi scriveva il mio amico:

“A mio parere siamo progionieri di un linguaggio da mondo antico. Robot, ne parliamo da un secolo, sono un topos letterario. Ma sono anche una nuova realtà di tecnologia, cioè cultura umana, con cui stiamo iniziando a interagire. Una tecnologia che parla come noi (non come i barbaroi, proprio come noi). Stesso argomento te lo rivolgevo per il concetto di macchina. La macchina e i robot di oggi sono diversi. E veri fattori di trasformazione e sviluppo del mondo nuovo. Quindi, a mio parere, “tirare in ballo” robot e IA non solo è utile per amore della discussione ma anche eticamente necessario, certamente aggiornando il bagaglio semantico che siamo capaci di associare a queste parole un po’ polverose (e quindi fuorvianti) come sono quelle di macchina, software, algoritmo, modello, IA, robot. Abbiamo bisogno dell’umiltà per rinnovare il nostro lessico, perché il linguaggio colora il mondo.”

Ho risposto così:

Cosa vuol dire ‘mondo antico’? Ho dei dubbi, perché seguo Latour nel dire ‘non siamo moderni’.

Non si può fare di ogni erba un fascio. Questo lo dico rifacendomi a Wittgeinstein, a proposito della relazione tra linguaggio e mondo. (Se poi volessimo potremmo anche entrare a discutere insieme il confronto tra Wittgeinstein e Turing a proposito del senso dell’espressione ‘macchina’).

Per lo stesso motivo mi dice ben poco il fatto che di robot parliamo da un secolo. Tempo minuscolo nella storia umana. Se poi vogliamo parlare di ciò che per noi umani sono i miti, benissimo, ma il secolo significa ancor meno.

Non accetto l’uso della parola ‘barbaro’ applicata a un robot. Scelgo di considerare la parola ‘barbaro’ riferita all’incontro tra esseri umani, incontro reso difficile dalla scarsa conoscenza dei reciproci idiomi.

Come sai accetto di buon grado il concetto di Cybork, ti ho seguito su questa strada essendoti grato della tua intuizione e cercando a ogni passo di dare il mio contributo.

Ma nella mia posizione di ricercatore indipendente e libero pensatore scelgo dii non accettare un livellamento umani macchine per via ontologica. Via per la quale si arriva ad usare categorie con le quali tentiamo di conoscere l’umano alla macchina, o viceversa. Solo su questo piano ontologico possiamo concepire il robot come terzo che permette di andare oltre l’opposizione binaria persona/cosa.

Per lo stesso motivo prendo con le molle ogni riferimento a ‘l’umano e il non umano’, o il ‘più che umano’ di Latour.

Scelgo di non stare su un piano ontologico perché credo che accettando di stare su questo piano ontologico ci rendiamo impossibili (rendiamo impossibili a te a me, cittadini prima che ingegneri e etnografi) azioni politiche e prese di posizione etiche.

Seguendo la scuola di pensiero della differenza, o se vuoi, forse meglio, della différance, preferisco mantenermi su un ‘rough ground’ (Wittgeinstein) sul quale uomini e macchine non sono nominati con le stesse parole.

Questo mi permette di continuare a guardare l’umano alla luce della sua storia e del suo presente e del suo futuro – storia nella quale l’incontro con macchine è un felice e ben accetto evento. Ma allo stesso tempo: non è che uno degli innumerevoli eventi, felici e ben accetti, fausti o infausti, che noi umani abbiamo avuto modo, ed avremo modo di osservare e di vivere.

Esploro in quanto umano la differenza.

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