Meduse


Nel mio libro Contro il management, Guerini e Associati, 2010, e in nel capitolo iniziale di Il Project Management emergente, Guerini e Associati, 2009, tradotto in inglese con il titolo Projects and Complexity, CRC Press, 2012, ho mostrato come dall’esperienza del ‘nuotare tra le meduse’ si può inferire una teoria della gestione del rischio. Tramite l’accettazione della complessità. Qui un breve estratto da Contro il management.

L’estate scorsa scrivevo alcune delle pagine che state leggendo, vizi della pseudoscienza chiamata management. E comunque ogni giorno andavo a nuotare. Mi piace nuotare a lungo, per ore. Nuotando penso.

Ma l’ambiente cambia, non si può non tenerne conto. All’Isola d’Elba, la presenza di meduse non è più un evento eccezionale. Fino a una decina di anni fa, si registrava la presenza di singole, rarissime meduse, e ricordavano invasioni accadute ogni cinque, dieci anni. Poi, senza nessuna evidente, netta soluzione di continuità, si è scivolati nella situazione attuale. Le meduse sono un rischio costante con il quale è inevitabile convivere.

Così ora è opportuno informarsi previamente sui venti: sulle spiagge del versante nord il rischio è minimizzato con il vento di scirocco, e così via per ogni spiaggia. Il rischio è minimizzato ma permane. Oggigiorno, quindi, si deve convivere con il rischio. Si nuota tra le meduse.

Un modo per ridurre il rischio è, ovviamente, navigare a vista, anteporre a ogni altra cosa l’attenzione ad evitare le meduse. Ma questo significa, in sostanza, rinunciare a nuotare: nuotare pianissimo, concentrando tutta l’attenzione sul guardare sott’acqua davanti a se con lo sguardo teso e l’attenzione concentrata esclusivamente sulle eventuali meduse, non è nuotare. Del resto, anche nuotando con gli occhialini, come faccio, non sempre le meduse si vedono: si mimetizzano con il fondo, oppure il corpo gelatinoso risulta invisibile nella trasparenza dell’acqua.

Si può anche adottare la cautela di chiedere ad altri bagnanti come sta andando oggi. Ma qualche medusa si prende sempre. A cose accadute, si può anche tenere una statistica: questa settimana ne ho prese due, in quest’altra nessuna: ma è una statistica che non aiuta per nulla.

Così si nuota nel pericolo incombente. Nuotando, mi è venuto in mente che dirigere un’azienda è nuotare tra le meduse.

E poi, nuotando, mi sono posto la domanda: quando prendo una medusa? Chiedermi quante meduse ho preso in un lasso di tempo, non mi giova. Chiedermi invece quando mi apre la mente ad un ragionamento costruttivo. Quando sta per ‘in quali circostanze’. L’attenzione non è dunque rivolta al pluriverso mondo, ad accurati studi implicanti enne variabili, ma al qui ed ora, all’istante, alla mia interazione con l’ambiente immediatamente circostante, all’equilibrio, all’abbandono, alla sintonia tra mente e corpo.

Nuotando, e ripensando a come nuotavo quando avevo preso le ultime meduse, mi sono dato una spiegazione. Come nel caso di ogni buona spiegazione, non spiega tutto. Né risolve la questione. Ma allarga la mia comprensione della situazione -comprensione: non controllo-. E mi dà indicazioni in merito all’atteggiamento che potrebbe diminuire il rischio.

Spiegazione: ‘svolgere’, ‘sciogliere’. Più nuoto, e più percepisco il piacere del nuoto, più mi accorgo di come nuoto male, ovvero di come potrei nuotare meglio. Nuoto bene quando la mente è semidesta e mi abbandono e scivolo in avanti fendendo l’acqua con gesti fluidi. Nuoto bene se mi dimentico che sto nuotando e sono tutt’uno con l’ambiente, pur restando me stesso, autonomo ed orientato al mio scopo: passare accanto a quella boa, arrivare fino a quello scoglio.

Credo di sapere quando è più probabile l’impatto tra il mio corpo e il corpo della medusa. Accade quando perdo il ritmo. Quando mi accorgo di essere fuori rotta e viro bruscamente per rimettermi in linea con la boa a cui miro, quando un’onda mi sposta e il mio corpo si irrigidisce, quando mi fisso a guardare qualcosa di strano sul fondo, quando uno schizzo mi porta a fare un movimento inconsulto, quando il volo o il grido di un gabbiano distoglie la mia attenzione, quando sento che si avvicina il rumore di un motoscafo, che si avvicina. Quando un pensiero mi distrae, quando perdo concentrazione. In ognuna di queste situazioni, perdo il ritmo.

Ritmo: movimento fluido e cadenzato. Radice indeuropea sreu-, ‘scorrere’, ‘scivolare’, da cui il greco rhythmós, ‘movimento regolare delle onde’.

Le meduse comunque ci sono, non mi è data possibilità di eliminarle dalla scena. Né traggo grande vantaggio dagli atteggiamenti tesi a minimizzare il rischio: previsioni del tempo, consigli di bagnanti e bagnini. Se poi, per cautela, non nuoto, è una rinuncia, una perdita secca. Perciò è inevitabile convivere con il rischio. Non potendo determinare le condizioni, non potendo controllare l’ambiente, non posso che accettare di farne parte.

Accettare la complessità e convivervi è scivolare leggero con movimenti fluidi, fendendo le acque. Consapevole di ciò che ho intorno, ma non condizionato dall’ambiente: nessuno può dirmi cosa è meglio fare; solo io posso ‘sentirlo’.

Un ingegnere potrebbe dirmi che la spiegazione sta nel fatto che se fendo l’acqua e scivolo leggero offro una minore superficie d’impatto. E infatti, se prendo meduse, le prendo per lo più in superfici marginali del mio corpo che scivola: orecchie, piedi. Fisica dei solidi, fisica dei fluidi sono chiavi di lettura del fenomeno, di ciò che in un certo istante accade. Così come sono chiavi di lettura le teorie del management.

Ma in fondo, non c’è bisogno di nessuna teoria esterna all’azione per dire che nella pratica, nel vivere la situazione, nel muovermi nel mare finanziario e politico e sociale e organizzativo e tecnologico io dirigente non posso far di meglio che sgusciare tra le insidie, vivendo aattimo dopo attimo, muovendomi con leggerezza, seguendo il mio ritmo, immerso sì nell’ambiente, ma sordo ai richiami di ogni sirena.