Che spazio vogliamo abbiano gli esseri umani nella fabbrica italiana del futuro. Capitolo di Francesco Varanini nel libro: ‘Per un manifesto della manifattura italiana’, Este, 2021. Webinar di presentazione: 2 dicembre ore 17


La casa editrice Este si interessa alla produzione industriale con la rivista Sistemi & Impresa e con il ciclo di eventi Fabbrica Futuro.
In questo contesto pubblica nel novembre 2021 un agile volume che guarda al futuro della manifattura italiana. Per un manifesto della manifattura italiana, Spunti di dibattito per la definizione di un programma di azioni concrete per la manifattura italiana: geopolitica, transizione tecnologica, sostenibilità e sviluppo del lavoro umano, a cura di Chiara Lupi.
Sono autori dei capitoli Gregorio De Felice, Marco Taisch, Giancarlo Michellone, Enzo Rullani, Giovanni Costa, Roberto Masiero, Ferruccio Resta, Francesco Varanini, Dario Fabbri, Luigi Campagna e Luciano Pero, Emanuele Frontoni.

Il libro  viene presentato con un webinar giovedì, 2 Dicembre 2021, ore 17:00-18:30.

Il mio capitolo ha per titolo Che spazio vogliamo abbiano gli esseri umani nella fabbrica italiana del futuro.

Propongo qui qualche brano:

La politica italiana è sotto i nostri occhi. Grandi stabilimenti dismessi. Capitale di comando in mani straniere, affidato ai voltatili movimenti del mercato finanziario. Ministero dello Sviluppo Economico intento ad aprire nuovi tavoli per difendere l’occupazione in stabilimenti comunque destinata alla chiusura. Mano d’opera in cassa integrazione. Una qualche Gigafactory temporaneamente allocata nel nostro paese non può bastare a invertire la tendenza.
Dovremmo accontentarci di una fabbrica-scatola chiusa, progettata per essere gestita al di fuori di qualsiasi possibile osservazione da parte della politica italiana e dei sindacati dei lavoratori italiani?
Non è così che si costruisce un futuro. Il domani della nostra manifattura conviene cercarlo altrove.
Nel mentre rincorriamo l’insediamento di qualche Gigafactory, cavillose questioni politiche, burocratiche, finanziarie e fiscali frenano la media impresa italiana, invidiato ed incompreso modello manifatturiero sul quale si regge l’economia del nostro paese.
Quando si guarda alle PMI, purtroppo, tendiamo a farlo con la pretesa di correggere e modificare, diventando così inconsapevoli esecutori di una strategia globale che vuole ricondurre ad un standard globale questa vincente eccezione italiana.
Gli imprenditori delle PMI, pur intimiditi di fronte all’ostentata autorevolezza di tanti accademici e consulenti e tecnici formati nelle discipline STEM, restano per fortuna, salvo eccezioni, legati ad una intima convinzione, al territorio ed alla propria storia.1 Si fondano sulla competenza in un mestiere, in uno specifico know how. Dalla sicurezza di detenere un mestiere, discende lo spirito imprenditoriale che il mondo ci invidia.
Il cuore sta nel saper fare pratico, manifatturiero. Le radici stanno nel lavoro svolto in prima persona con le proprie mani. Forse a molti consulenti e studiosi non interessano certi dettagli, ma le parole contano: anche a dire in inglese manifacture, la radice resta latina: manufactura. Fatto con le mani. L’imprenditore ha chiara la memoria di quando lui stesso era operaio. Se il figlio di un’imprenditore riesce a prendere efficacemente in mano una PMI, è perché conserva viva la memoria dell’esperienza del padre – esperienza manifatturiera nel più pieno senso del termine.
Si possono certo adottare sempre nuove tecnologie. Ma ciò che fa la differenza è la consapevolezza che la trasformazione della materia prima, la costruzione del prodotto, sono sempre frutto del congiunto pensare e lavorare con le mani.
L’imprenditore italiano sa che automazione e software aggiungono sempre qualcosa, migliorano, semplificano e velocizzano, ma sa anche, senza ombra di dubbio, che non lascerà mai che il proprio agire pratico, e all’agire pratico dei lavoratori che operano nella sua fabbrica, non saranno mai sostituiti da un comando, una regola di governo implicita nel software, dal codice che governa una macchina, da una qualche cosiddetta intelligenza artificiale.
Il lavoro umano qui ed ora, nella fabbrica, è e resterà sempre la fonte del valore. Senza lavoro umano, senza essere umani che pensano e muovono le mani non ci può essere né fabbrica né impresa. Questo gli imprenditori delle PMI italiane lo sanno così bene, lo ritengono tanto ovvio, da non avere neanche bisogno di dirlo.
Consulenza ed accademia sono invece purtroppo portartici di una convinzione: l’impresa italiana ha un difetto, la ridotta dimensione delle imprese. Dovrebbero crescere. Dovrebbero assimilarsi al modello della grande impresa.
Conviene invece comprendere che la virtù delle PMI italiane sta nella radicale differenza dalla grande industria. Una differenza culturale.
Mentre per la grande impresa il lavoro umano è visto come labour cost, un mero costo da comprimere, e possibilmente da eliminare, nelle PMI italiane il lavoro umano, la presenza di esseri umani al lavoro, è intesa come un valore in sé, e come la prima fonte di ogni costruzione di valore.
Mentre la grande industria vede crescere la divaricazione tra il disegno -la strategia, il governo remoto- ed una manifattura ridotta ad assemblaggio, le PMI italiane mantengono cortissima la distanza tra operai e tecnici: il cuore sta sempre nella fabbrica.

In fondo, si deve tornare alla cultura del lavoro. Quella cultura concreta, fatto di manualità e di inventiva, di fiducia nel proprio mestiere, ma fatta anche di responsabilità personale, di rispetto dei tempi e dei modi necessari al lavoro, precisione, rispetto degli orari, anche disponibilità alla fatica…In ogni scuola di ogni ordine e grado, negli Istituti Tecnici Superiori e nei Dipartimenti STEM delle nostre Università, le lezioni più importanti, lezioni di cultura del lavoro, dovrebbero essere tenute da imprenditori di PMI.