La formazione come arte letteraria. Ovvero la Morfosfera


‘La formazione e le arti letterarie’, questo è il titolo del Focus (sezione speciale) che ho curato per il numero 90, gennaio-marzo 2012, di FOR, Rivista per la formazione, organo dell’AIF (Associazione Italiana Formatori).
Ho presentato una serie di articoli -di Enrico Cerni, Alberto Peretti, Bruno Capaci, Stefano Ferrata, Marco Bruschi- che da diversi punti di vista osservano i punti di incontro tra letteratura e formazione.
In conclusione, ho cercato di tirare le fila con un mio articolo: ‘La formazione come arte letteraria. Ovvero la Morfosfera.
Qui prendo le distanze dalle facili contiguità, in particolare da quella pretesa disciplina, frutto di contingente moda, che prende il nome di Storytelling. Non si può pensare di racchiudere ‘l’arte letteraria’ in un kit di poche regole. Né interessa, secondo me, cercare l’analogia tra formatore e interprete, o critico letterario. Ciò che invece credo sia importante è, per tutti, avvicinarci all’idea che ognuno di noi è, in qualche modo e in qualche misura, un narratore. Si tratta quindi, per tutti, di portare alla luce questa vitale competenza.
Di seguito due citazioni che mi sembra riescano a trasmettere abbastanza bene il senso del mio articolo.

“Se ci fosse bisogno di chiarire l’immagine attraverso una analogia, basterebbe ricordare il Word Wide Web: l’esempio più efficace di cui disponiamo per intendere cosa sia la letteratura.
Ecco dunque la letteratura: spazio di libertà sconfinata; rete diversamente percorribile, seguendo una parola, una frase, un percorso di senso.
Questa enorme novità, possiamo ricordare, è talmente rivoluzionaria da spingerci ad adottare una nuovo termine: ‘ipertesto’. Perché la parola testo ci appare un quasi-sinonimo di libro, avendo perso in buona misura perso il suo senso di ‘rete’, ‘tessuto’, ‘intreccio’.
La letteratura, dunque, è per sua natura un sistema complesso, adattivo. Inafferrabile, sfuggente, caotico, sempre in fieri.”

“La ‘sfera letteraria’ e la ‘sfera della formazione’ si rispecchiano e si spiegano l’una con l’altra. Un unico complesso, anzi meglio: una rete che connette.
Il greco nous può essere variamente tradotto: intelletto cosmico, mente. Non importa qui disquisire a proposito della paternità del termine. I punti di vista, espressi negli Anni Venti del secolo scorso, da Pierre Teilhard de Chardin, gesuita francese, filosofo e paleontologo, e da Vladimir Vernadskij, geologo e chimico russo, coincidono. La noosfera va oltre la mera biosfera, è il pianeta -il nostro ambiente vitale- modificato dal pensiero umano in continua evoluzione. Di qui il semiologo russo Jurij Lotman trae negli Anni Settanta il concetto di semiosfera. La semiosfera è il luogo della continua, indefessa produzione di senso. “L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questo è un modo di vedere la letteratura: singole opere, singoli libri, singole biblioteche. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.1
Ricordando, con il Faust di Goethe, l’oscuro emergere della conoscenza dal caos e dalla notte dell’ignoranza; e ricordando con Freud l’inevitabile presenza, in ogni ‘processo di formazione’, dell’inconscio, possiamo parlare di morfosfera. Il luogo della formazione, un luogo dai confini sfumati e porosi, terreno di commistione di linguaggi, rete di testi, spazio letterario aperto a percorsi differenti.

1Jurij M. Lotman, La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985, p. 58

(La formazione come arte letteraria. Ovvero la Morfosfera riappare, con parziali modifiche, come capitolo di Gianluca Bocchi e Francesco Varanini, Le vie della formazione. Creatività, innovazione e complessità, Guerini e Associati, 2013).